IL PIEDE PIATTO

Quando lo scafoide, che è la chiave di volta dell’arco mediale, è posizionato più in basso rispetto ai fisiologici 15-18 mm., l’arco interno disegna una curva poco accentuata.
Nei casi estremi, la stessa curvatura non è del tutto presente: in queste situazioni siamo in presenza di un piede piatto.
PIEDE_PIATTO Nel piede piatto la superficie di appoggio è aumentata in particolare nella porzione mediale: se la superficie di appoggio disegna una convessità mediale siamo in presenza di un cosiddetto piede piatto di terzo grado.
Il piede piatto è spesso doloroso e limita di molto le attività sportive che prevedono la corsa, questo anche nei giovani adolescenti.
Nei casi di piattismo funzionale può essere utile un plantare anatomico a sostegno della volta mediale: dove è presente un varismo dell’avampiede questo va corretto secondo rigidi criteri biomeccanici ed a seconda dell’età del soggetto.
Il muscolo tibiale posteriore deve essere a giusta ragione potenziato con adeguati esercizi allo scopo di contenere il movimento del piede verso l’interno.
Nei casi di grave piattismo è possibile, già nell’età dell’accrescimento, un correttivo di tipo chirurgico .

IL PIEDE CAVO

PIEDE_CAVONel piede, lo scafoide, che dovrebbe essere posizionato a 15/18 mm. dal suolo è posizionato più in alto e le forze che agiscono su di esso, in particolare la trazione esercitata dal tibiale posteriore è da considerarsi eccessiva rispetto alla normalità.
Questa situazione anatomica fa sì che l’area di appoggio del piede sia limitata alla parte anteriore del piede ed al retropiede mentre a livello del mesopiede non vi è alcun contatto.
La conseguenza diretta più importante è un sovraccarico dell’avampiede e del retropiede dove è concentrato il carico.
Le cause che portano al piede cavo sono di tipo morfologico con squilibri della muscolatura deputata alla stabilità del piede e di tipo neurologico dove lo squilibrio di trazione della muscolatura è secondario ad una alterazione della trasmissione dell’impulso nervoso.
Può essere determinante l’utilizzo di un plantare anatomico che rappresenti fedelmente l’anatomia del piede per offrire il miglior appoggio ad esso a fare in modo che le aree di maggior carico vengano ad essere sgravate di parte delle forze.
L’anatomia di un buon scarico metatarsale può risultare determinante allo scopo di ridistribuire il carico anteriore

LE TALALGIE

TALALGIEIl termine generico di talalgia racchiude in realtà diverse patologie che coinvolgono il calcagno.
Il calcagno è l’osso più voluminoso del piede. È situato  al di sotto dell’astragalo e da esso sporge soprattutto all’indietro formando il profilo del tallone.
È composto da una parte principale, il corpo, dal quale si staccano due apofisi, grande e piccola, dirette in avanti.
Il corpo, portandosi all’indietro per formare il tallone, si rigonfia in una grossa parte terminale che è detta tuberosità del calcagno.

FASCITE PLANTARE, SPINA CALCANEARE
La fascite plantare è un’infiammazione di quel tendine largo e piatto del piede che si estende dal profilo inferiore del calcagno fino alle teste dei metatarsi.
L’infiammazione è solitamente di tipo cronico, dovuta ad ipertensione della fascia stessa.
Il piede cavo o un eccesso del movimento di pronazione sono fattori importanti nel determinare questo tipo di patologia.
Lo stress di questa struttura, quando dura da tempo, può causare la formazione di una spina calcaneare: essa non è altro che una prominenza ossea dovuta a depositi di sali di calcio che si formano nella porzione inserzionale come reazione riparativa a microtraumi ripetuti.
Questo tipo di infiammazione si manifesta in particolare ai primi passi mattutini o dopo un periodo prolungato nella posizione da seduti per poi attenuarsi al cammino ed eventualmente esacerbarsi se quest’ultimo viene prolungato.
Associata all’entesopatia della fascia plantare vi può essere una borsite reattiva subcalcaneare ovvero la formazione di liquido infiammatorio, situazione che può ingenerare forte dolore.
Nella fase acuta è giustificato l’utilizzo di farmaci antinfiammatori solo per il motivo di rendere più agevole il cammino.
Nelle patologie più tipicamente croniche i farmaci possono non sortire alcun effetto mentre risulta più interessante l’utilizzo di un’ortesi di scarico della volta longitudinale mediale per diminuire la tensione della fascia plantare nella porzione inserzionale.
Nei casi particolarmente gravi non rimane che la terapia chirurgica dove viene praticato un allungamento della fascia plantare con una piccola incisione in sede submalleolare mediale.
Nel periodo seguente al trattamento chirurgico può essere indicato l’utilizzo di un plantare anatomico.

TENDINITI DEL TENDINE D’ACHILLE

TENDINELe patologie del tendine di Achille possono essere classificate in almeno tre distinti capitoli che comprendono sedi anatomiche diverse dello stesso tendine ed anche cause differenti:

  • La classica tendinite che può evolvere nel tempo in forme croniche di tendinosi.
    In questi casi la causa principale risiede nella tipologia dell’appoggio del piede con eccessivo varismo dell’avampiede o una inclinazione della tibia in varo tali da portare ad una intrarotazione del piede ed un asse di trazione anomalo del tendine di Achille.
  • L’involuzione del tessuto tendineo è direttamente proporzionale all’anatomia del calcagno ed alla prominenza del suo profilo postero-superiore.
    In taluni casi vi sono vere e proprie avulsioni di tessuto tendineo che pur rimanendo in sede non ha più alcuna funzione anatomica.
  • Patologia inserzionale o entesopatia.
    Coinvolge le fibre del tendine deputate all’ancoraggio del tendine alla parte ossea.
    Queste fibre, dette di Sharpy possono involvere creando dei veri e propri depositi di sali di calcio.
  • Lesioni parziali e complete.
    Importanti lesioni parziali del tendine: da un punto di vista statistico questo tipo di lesione è infrequente rispetto alla lesione completa.
    La lesione completa può manifestarsi negli esiti di una lesione parziale ma anche in modo del tutto improvviso senza alcun apparente motivo.

L’ortesi plantare è un mezzo di correzione dinamica dell’appoggio del piede che permette il miglior funzionamento del tendine di Achille.

L’ALLUCE VALGO

ALLUCE_VALGOÉ una deformità importante in corrispondenza del primo metatarso; è spesso definita “cipolla” o piu’ semplicemente “nodo” con termini impropri.
La modificazione riguarda la parte terminale o distale dei metatarsi, la ossa lunghe del piede.
Questa porzione anatomica è detta testa del metatarso per la sua forma arrotondata: è proprio la testa che si deforma e diventa esuberante perchè perde i giusti rapporti articolari con la prima falange; quest’ultima tende ad orientarsi in modo anomalo verso l’interno.
Da un punto di vista biomeccanico il piede predisposto all’alluce valgo sopporta un eccessivo carico mediale in fase dinamica: nella fase di spinta l’impegno dei cinque metatarsi non è ottimale perchè concentrato eccessivamente nell’area interna.
Questo meccanismo fa si che il primo metatarso varizzi ovvero tenda ad allargarsi verso l’interno, ne segue la valgizzazione dell’alluce per una forma di compenso.
L’alluce valgo, almeno in una prima fase, può non essere doloroso. La sindrome infiammatoria si scatena in modo acuto allorquando la borsa sierosa mediale si gonfia.
In questi casi la cute si arrossa con turgore e calore locale: il semplice contatto con la tomaia della calzatura può scatenare un dolore violento.
L’alluce valgo condiziona negativamente le altre dita del piede creando problemi di ingombro anatomico per una sorta di affollamento centrale.
Spesso il secondo dito non trova più uno spazio naturale per l’appoggio e viene a ritrovarsi sollevato oltre che mal posizionato; nel tempo può deformarsi (dito a martello ) e costituire a sua volta un elemento doloroso.
La correzione dell’alluce valgo è elettivamente chirurgica perchè la deformità anatomica si può togliere solo ripristinando i rapporti articolari tra le componenti ossee ed eliminando l’esuberanza in corrispondenza della prima testa metatarsale.
Migliorando la distribuzione del carico nella parte anteriore del piede una valido plantare fa in modo che lo stress sulla prima articolazione metatarso falangea venga meno migliorando allo stesso tempo la qualità dell’appoggio.

METATARSALGIE

METATARSALGIEI metatarsi costituiscono un complesso anatomico formato da cinque ossa lunghe.
Esse originano dalla linea articolare distale dei cuneiformi e del cuboide e si articolano distalmente alle singole dita.
Queste cinque ossa lunghe hanno una base, un corpo ed una testa.
La base è sempre più voluminosa della testa che è la porzione anatomica che ci interesserà più avanti parlando della patologia.
I cinque segmenti ossei sono solitamente denominati con numero romano in direzione medio-laterale, sono quasi affiancati e leggermente divergenti distalmente.
Il primo è più grosso ma anche più corto; gli altri dal secondo al quinto, hanno lunghezza decrescente.
La metatarsalgia è un’infiammazione da sovraccarico funzionale delle articolazioni metatarso-falangee nella parte anteriore del piede.
Può essere associata a borsite reattiva delle articolazioni ovvero la formazione di liquido infiammatorio in corrispondenza delle capsule articolari.
Un eccessivo carico parziale può sollecitare oltremodo una delle articolazioni.
Le articolazioni più esposte alla classica metatarsalgia sono quelle corrispondenti a secondo, terzo e quarto metatarso.
Il sovraccarico funzionale può manifestarsi in corrispondenza di una o più teste metatarsali con semplici segni di ipercheratosi ovvero un ispessimento della cute fino a vere e proprie callosità.
Può essere presente la sensazione di avere sotto il piede un corpo estraneo che fa spessore: in realtà non è altro che il liquido contenuto nella borsa che si è infiammata.
Generalmente il disagio è maggiore ai primi passi mattutini mentre tende ad attenuarsi durante il corso della giornata.
L’obiettivo terapeutico è quello di migliorare la distribuzione del carico.
A tale scopo la realizzazione di un plantare adeguato può risultare spesso il rimedio risolutivo e definitivo del problema.
L’anatomia di quest’ultimo dovrà tener conto delle esigenze specifiche inserendosi in modo armonioso tra piede e calzatura ad attuare una ridistribuzione dei carichi.
L’utilizzo di un’ortesi plantare trova una valida giustificazione anche nell’ottica della prevenzione perché ottimizzare la distribuzione del carico a livello dell’avampiede vuol dire preservare nel tempo delle strutture anatomiche molto delicate.

LE DITA A MARTELLO

DITA A MARTELLOÉ possibile che una o più dita del piede si deformino nel tempo assumendo un’anomala postura in flessione.
Questo, che può essere all’inizio solo un atteggiamento, si trasforma in un posizionamento permanente, spesso doloroso in relazione allo sfregamento dell’articolazione deforme con la tomaia della calzatura.
Il dito a martello dipende primariamente da un abbassamento della testa metatarsale che porta ad uno scompenso tra tendini flessori ed estensori delle dita con una prevalenza di questi ultimi.
L’anomala postura si trasforma in una vera e propria deformità articolare interfalangea: il dito non riesce più ad allungarsi ed assume una posizione permanente in flessione.
Anche una calzatura troppo corta può favorire questa postura: è quindi opportuno controllare l’idoneità della calzata soprattutto ai bambini ed agli adolescenti allorquando la crescita è particolarmente rapida.
La patologia è legata direttamente con una sofferenza dell’articolazione metatarso-falangea (metatarsalgia).
L’iperflessione tra la prima e la seconda falange può favorire un attrito anomalo del dito con la tomaia della calzatura: questo favorisce frequentemente la formazione di dolorose borsiti e callosità.
Nel trattamento sistematico di queste ultime bisogna fare attenzione nel seguire una rigorosa sepsi pena fastidiose complicazioni infettive.
Se nella fase iniziale è opportuno contrastare la metatarsalgia con un adeguato sostegno retrocapitato inserito in un adeguato plantare nelle fasi più avanzate il trattamento è tipicamente chirurgico.

La NEURALGIA ed il NEUROMA di MORTON

NEURALGIA e NEUROMAIl cammino e lo sport sono attività che sollecitano non poco il piede a livello delle teste metatarsali.
Il carico, nella fase di spinta va a gravare proprio in quella sede e questo fatto può modificare nel tempo l’anatomia di questa parte del piede.
In particolare l’arco anteriore traverso, quella struttura descritta proprio dalle teste metatarsali, può subire delle modificazioni tali da creare un avvicinamento delle stesse parti ossee.
L’arco anteriore traverso può abbassarsi soprattutto nella sua porzione centrale ed i rami nervosi posizionati tra le teste metatarsali possono risentire di effetti negativi della compressione.
Una compressione reiterata porta oltre che uno stimolo doloroso che solitamente invita la persona a togliere la calzatura per ottenere una remissione del dolore stesso, ad una reazione del tessuto nervoso con una ipertrofia dello stesso.
Avviene quindi che il nervo si ingrossa, reagendo allo stimolo in compressione, creando una situazione di ulteriore ingombro e quindi maggiore possibilità di infiammazione locale.
L’ingrossamento del nervo viene definito Neurinoma di Morton o Cevenini/ Morton dai nomi dei medici che per primi studiarono questa sindrome.
La calzatura può collaborare non poco se la tomaia è eccessivamente rigida e non ha la capacità di modificare il proprio volume anteriormente allorquando il piede, sollecitato dal carico applicato, tende a deformarsi a livello del ventaglio metatarsale.
Una certa elasticità della tomaia è quindi indispensabile per assecondare la fisiologia dell’esercizio motorio.
I materiali sintetici moderni e taluni pellami in realtà assolvono questo compito in modo egregio ma è comunque importante indirizzare la scelta verso calzature non eccessivamente strette o comunque non abusare nella tensione dell’allacciatura sia essa quella classica a stringhe o quella con fibbie.
Altre cause sono legate ad una sorta di modificazione anatomica delle strutture del piede.
Le possibilità terapeutiche di tipo antinfiammatorio portano purtroppo ad un risultato molto sterile perché pur arginando l’infiammazione non danno un effetto duraturo nel tempo.
Molto spesso si può porre rimedio con un sostegno metatarsale fornito da un’ortesi plantare: tenendo sollevate le teste metatarsali si crea spazio per il nervo che può ritrovare una posizione senza costrizioni.
Certo l’elaborazione dello scarico metatarsale non è una cosa sempre facile e scontata: i sistemi di rappresentazione virtuale CAD-CAM possono essere d’aiuto in questo lavoro che richiede un’esperienza specifica.

LE FRATTURE DA FATICA

FRATTURA da STRESSUn sovraccarico funzionale del piede dovuto alla marcia, al cammino prolungato o alla corsa può causare, in determinate situazioni, fratture da fatica o “da stress” della corticale ossea.
Sono alterazioni della parte corticale dell’osso ovvero la porzione più esterna e consistente.
Sollecitato oltremodo da compressione o trazione l’osso cede perdendo la sua continuità in modo quasi impercettibile tanto che anche il riscontro radiologico, in un primo momento, non testimonia il danno.
Il dolore si manifesta solitamente durante il cammino: può essere più o meno sopportabile ed a freddo può aumentare di intensità.
Nelle fratture metatarsali il dolore può essere acuto ed improvviso: solitamente non consente di continuare l’esercizio.
Le sedi di localizzazione sono tipiche e riguardano:

  • I metatarsi: da un punto di vista statistico è il secondo metatarso il più colpito e questo succede soprattutto quando abbiamo il primo corto rispetto alla normalità statistica.
    Vi è allora uno stress del secondo raggio dove parte del carico che dovrebbe sopportare il primo raggio va a finire sul metatarso attiguo
  • Lo scafoide: in questa sede si scatenano forze di trazione dell’inserzione distale del tibiale posteriore, il muscolo deputato al controllo del movimento del piede verso l’interno, in particolare durante l’esercizio fisico.
    Tanto più il tibiale posteriore viene stirato da un esagerato movimento di pronazione del piede, quanto più l’inserzione sullo scafoide è sollecitata.
  • La tibia (in una sede anatomica attigua al piede): nel suo versante posteriore vi è l’inserzione prossimale del tibiale posteriore e per i noti fenomeni sempre legati ad un eccesso nel movimento di pronazione, vi può essere una sollecitazione anomala dei tessuti periostali che la rivestono. In uno stadio successivo della patologia vi può essere un vero e proprio interessamento della parte corticale dell’osso con conseguenti fenomeni microfratturativi.
  • Il terzo distale del perone (in una sede anatomica attigua al piede): ovvero la parte appena al di sopra del malleolo peroneale, è particolarmente soggetta ad episodi di fratture da stress.

Nei casi di patologia su base biomeccanica è indispensabile, alla ripresa dell’attività di un adeguato plantare e le tecnologie CAD-CAM garantiscono la miglior correzione.

DISTORSIONE DI CAVIGLIA

Il meccanismo che porta più frequentemente ad un insulto articolare della caviglia è quello in inversione ovvero con il piede all’indentro: un avvallamento del terreno, un sasso, il blocco repertino di una scivolata controllata può portare ad una anomala torsione della caviglia verso l’interno con un’improvviso stiramento delle strutture legamentose esterne.
Anche negli esiti di banali distorsioni si viene ad alterare il normale circuito propriocettivo ovvero la capacità del piede di individuare spazialmente la sua posizione nei confronti del terreno.
Tra le qualità propriocettive infatti, quella relativa a questa fine sensibilità, se non ritrovata in modo adeguato, può portare ad ulteriori episodi di traumi distorsivi.
A tale scopo gli esercizi di propriocettività sono indispensabili anche per accorciare i tempi di ricupero funzionale.
L’utilizzo di un amplicettore/plantare è coadiuvante la terapia rieducativa.